Ventagli, campane e palle di vetro

Piccola collezione di souvenir. Courtesy Bruna Biamino.

Esistono diversi modi per riconoscere il carattere delle persone. Aprire i loro bagagli è uno di questi. Le valigie sono come un’impronta digitale: nessuna è uguale all’altra.
Ma, a differenza delle impronte digitali che nessuno si sogna di criticare, le valigie suscitano spesso commenti impietosi. Ebbene: andrebbero evitati. Ognuno di noi “facendo la valigia” racconta qualcosa di sé. È quel “sé” che ci interessa: il viaggio è una questione secondaria. E come il viaggiatore, le valigie dell’andata non sono quelle del ritorno. A far la differenza non sono solo gli indumenti sgualciti e sporchi e le dimensioni lievitate del bagaglio.
Le valigie del ritorno sono piene di souvenirs: dell’altrove conosciuto e riportato a casa.

Tutto serve al grande studio della specie bizzarra degli uomini.
Vittorio Alfieri, Vita.

La seduzione del luogo in un oggetto: il souvenir

Diciamo sombrero e il pensiero corre al Messico. Diciamo matrioska ed evochiamo la Russia. Nacchere la Spagna, narghilé il mondo arabo.
Attraverso gli oggetti ricordo si affacciano alla mente continenti, usanze, luoghi comuni. Che cos’è l’Italia nell’immaginario del pellegrino, nella mitologia del viaggiatore, nell’emblematica del turista? Quali sono i piatti forti dell’esotismo italiano, quali i suoi prodotti tipici, la sua geografia da souvenirs? I viaggiatori del Settecento conoscevano le città d’arte italiane attraverso una aggettivazione stereotipata, riportata con dovizia nelle guide di viaggio. Questi attributi le caratterizzavano internazionalmente: Roma la santa, Padova la dotta, Venezia la ricca, Firenze la bella, Milano la grande, Bologna la grassa, Ravenna l’antica, Napoli la gentile, Genova la superba.

Già in epoca del Grand Tour viaggiare è spendere, anche per acquisti voluttuari. Nel suo Nouveau Voyage d’Italie (1691) l’aristocratico François Maximilien Misson avverte: «Coloro che viaggiano per diletto non devono lambiccarsi troppo il cervello nel fare economie. Per viaggiare con piacere bisogna saper allentare la borsa».
Ma che cosa compravano quei turisti ante litteram? La risposta è raritates, rarità. La cui qualità era certificata da un efficace passaparola.
A Venezia compravano stoffe. A Murano vetri. A Reggio gli speroni. A Genova velluti e saponi. A Brescia armi da fuoco. A Milano lame e spade (ma i coltelli plurilama erano già una specialità di Scarperia, presso Firenze). In Toscana acquistavano oggetti, vestiti e collezioni di pellame. A Modena le maschere. In Piemonte i lavori in paglia intrecciata dalle monache agostiniane di Tortona. A Roma andavano forte i maestri distillatori: sappiamo che nella profumeria Pompeo Vandini, per esempio, si vendeva un’essenza di bergamotto famosa in tutta Europa, ricercata dai viaggiatori per profumare i guanti.

Si veniva, e si viene, in Italia, d’Oltralpe e d’Oltremanica, per diverse ragioni. La penisola italiana si allunga come una stretta appendice nel mare Mediterraneo, che ne bagna le coste frastagliate. L’Italia, nello stereotipo internazionale, è Paese di mare, di pescatori, di navigatori. In epigrafe alla sua Corinne, ou l’Italie (1807) Madame de Staël volle le parole di Francesco Petrarca: «Bel paese. Ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda». Di qui la tipologia ricchissima di souvenirs marittimi: barche, timoni, ancore, delfini, stelle di mare, assemblaggi di conchiglie.
Ma in Italia si viene anche alla terra dei ricordi classici, alla patria di grandi pittori, alle città-museo dell’umanesimo; donde i souvenirs minimonumentali o con richiami storico-artistici. Si viene alla capitale del medioevo cristiano e della Controriforma, giusto in tempo per la Settimana Santa a Roma o per l’Ottava del Santo Sacramento a Bologna; ed ecco i gadget religiosi. Senza trascurare il richiamo del bel canto, del teatro e del carnevale di Venezia, con i loro souvenirs più frivoli: mascherine, chitarrine e carillon.

Souvenir religiosi. Courtesy Bruna Biamino.
Souvenir religiosi. Courtesy Bruna Biamino.

Souvenir, da fulgido simbolo a insignificante ciarpame

I souvenirs (dal latino subvenire, “accorrere in aiuto”, “tornare alla mente, venire alla memoria, ricordarsi”; pertanto il souvenir è un oggetto-ricordo) sono ganci, trappole, botole in cui precipitiamo in un mare di suggestioni, di transiti tra passato e presente, tra lì e qui, tra allora e adesso. Piccoli “mostri” che servono per ricordare: “stranezze mostrate” per gli antichi latini.
I souvenirs sono impressioni materiali di un luogo visitato extra-ordinario rispetto al vissuto quotidiano. Un luogo pieno di stimoli e diverso da quel vuoto, vacuum, che ci lasciamo alle spalle e che dà origine alla parola vacanza. Un luogo “altro”, dove si trascorrono giorni speciali, addirittura sacri rispetto alla routine quotidiana.

L’idea forte del souvenir, asportare per ricordare, si fonda, come scrive l’antropologo Duccio Canestrini, sul legame tra l’esperienza soggettiva del luogo e l’oggetto destinato ad evocarla. Il quale esprime il genius loci, lo spirito, la creatività, le caratteristiche salienti del suo contesto di provenienza.
L’oggetto ricordo è solitamente inteso come pars pro toto, la quintessenza di un altrove idealizzato: un’alterità condensata in materia.
I souvenirs sono concepiti per essere guardati a casa, per rivivere situazioni trascorse, con calma, ruminando le emozioni suscitate in noi dalla diversità da cui siamo reduci: proprio come, una volta tornato, il viaggiatore-scrittore rielabora i suoi taccuini di viaggio.
Appendere una maschera esotica al muro equivale a dichiarare di essere andati lontano. Implicitamente, è dare da intendere di avere esperito uno spaesamento che ci ha fatti crescere. Se non altro in prestigio. Si tratta di un comportamento che permette la promozione di sé come di una persona che conosce il mondo.
L’acquisto e l’esibizione del souvenir non soltanto ricordano il viaggio, ma certificano la trasferta, sono testimonianze concrete del veduto. In era turistica le cartoline postali ne sono la prova per eccellenza, e infatti le appendiamo, in cucina o in ufficio.

Ma il souvenir di viaggio è anche un feticcio da bacheca, un monstrum da cassettone, una patacca appesa al muro. In questa prospettiva l’ostensione del souvenir ha una componente rituale: si inquadra in quella ritualità di certificazione dell’esperienza di viaggio che si manifesta in varie forme.
Molti souvenirs esotici (la gondola veneziana per il turista svedese è un souvenir esotico) una volta portati a casa perdono significato. Spesso finiscono in fondo ai cassetti o in cantina. La loro carica con il tempo si spegne, e subiscono la degradazione da fulgidi simboli a insignificante ciarpame.

Andare non basta, bisogna mostrare l’esperienza

Andare non basta. Bisogna raccontare l’avventura, mostrare di averla vissuta letteralmente sulla propria pelle. Così si spiegano le decalcomanie devozionali con cui venivano marcati i pellegrini a Loreto, così si spiega l’importanza di rientrare da una vacanza ai tropici con il volto abbronzato. In pratica si fa un trofeo della propria pelle scurita.
Basti pensare a quei contrassegni che erano le placchette per bastone da passeggio tanto care agli escursionisti di un tempo; località montane e rifugi alpini una volta facevano a gara nel coniare questi souvenirs contrassegnati dalla scritta toponima, perché i visitatori potessero fregiarne i loro bastoni. Tappe di percorso, tacche di conquista. Quelle placchette di metallo hanno poi subito una metamorfosi e sono diventate etichette autoadesive, stickers per valigie e camper, veicolo elettivo dei gitanti.
I navigatori del Cinquecento, reduci d’Oltreoceano – mercanti, naturalisti, negrieri, mssionari, militari, avventurieri -, riportavano a casa souvenirs ed erano inclini a strabiliare i connazionali con le novità e le stravaganze di cui erano stati testimoni. L’ostensione di reperti esotici sarà uno dei riti del secolo. Lo spirito d’allora spingeva nobili e curiosi delle cose di natura ad allestire Wunderkammern, stanze delle meraviglie, o gabinetti di curiosità. Le relazioni di viaggio rinascimentali non lasciano dubbi sul fatto che le visite a queste collezioni attirassero l’attenzione dei viaggiatori.

Il ventaglio

Lo sguardo dei viaggiatori, soprattutto nel Settecento, ha contribuito a fare il nostro Paese. Nazione virtuale, dopo il passaggio degli stranieri, l’Italia diventa monumentalmente nota. In questo senso le città storiche italiane offrono icone identitarie. Rovine classiche come il Colosseo, torri medievali come quella di Pisa, sculture rinascimentali come la Pietà di Michelangelo: sono tutti monumenti che verranno miniaturizzati in nuovi materiali come le resine sintetiche e trasformati in altrettanti souvenirs turistici.
Ma è il ventaglio il classico souvenir che piano piano ha colonizzato le vetrine da un capo all’altro del pianeta. Che cos’è un ventaglio? Perché tanti ventagli? Stiamo parlando di un arnese che serve per farsi vento, formato da stecche di legno, avorio, madreperla, tartaruga, alluminio, plastica o altri materiali, riunite a un capo da un perno. Alle stecche è applicato un pezzo di stoffa, di carta o di piume, – quasi una membrana fra le dita – che con esse si apre e si chiude, come un’ala . Questo oggetto, che viene declinato in mille varianti quanto a dimensioni e materiali, in versione souvenir reca delle icone raffiguranti il luogo e i costumi tradizionali dei nativi. Emblema di dignità nobiliare, nella Chiesa primitiva il ventaglio era utilizzato nella celebrazione dell’ufficio divino. Nella cultura occidentale, il ventaglio è più genericamente legato a uso ricreativo del tempo liberato dal lavoro.

Campane di vetro e palle di neve

Altro souvenir diffusissimo è l’oggetto in campana di vetro. L’usanza di infilare minuscoli manufatti dentro contenitori in vetro, per preservarli dalla polvere, si afferma nel Settecento. In quel secolo si cominciano anche a coprire con cupole di vetro gli orologi, le immagini dei monumenti architettonici visitati e le figurine di porcellana che ornavano le consolle e i cassettoni di stile neoclassico. Nell’Ottocento questa consuetudine si rafforza: i santi in campana di vetro stanno ormai in bella mostra nei salotti, come numi tutelari della casa, a soddisfare un bisogno di protezione e di conforto. Assieme o in alternativa al soggetto sacro, le campane di vetro accolgono fiori finti, sassolini e altri orpelli. L’idea avrà una fortuna straordinaria perché la campana di vetro è la nonna della palla di neve, la cui evoluzione è stata dal sacro al profano. La palla di neve è il souvenir più comune, più economico e più collezionato al mondo. Ma chi avrebbe mai pensato che nel mondo dei souvenirs esistesse spionaggio industriale! La cupola di cristallo nella maggior parte dei casi è di plastica trasparente. Il liquido che contiene è acqua. E’ invece la “neve” il problema più grosso dal punto di vista tecnico. I fiocchi, che possono essere anche cuoricini, coriandoli, lustrini, non devono galleggiare né precipitare ma scendere dolcemente come veri fiocchi di neve. E sul peso specifico delle polveri plastiche utilizzate per scatenare queste tempeste in un bicchier d’acqua, c’è gran segreto.

“Giusto due cosucce per gli amici”

Uno dei desideri dei viaggiatori è avere qualcosa da raccontare e da far vedere al ritorno. La cosa sarebbe perfettamente legittima se non innescasse anche un meccanismo perfetto ma vizioso.
Il turista si è convinto che un viaggio deve contenere più cose possibili: non un Paese straniero, ma tre; non tre città, ma cinque; non cinque monumenti, ma dieci. E più vede e più compra.
Di pari passo la sua valigia lievita, quasi esplode nel caso sia donna, soccorsa da trolley, zaini, borsoni e fagotti per affrontare ben equipaggiata eventuali necessità e aver lo spazio necessario per riportare a casa da ogni dove … “giusto due cosucce: sciocchezze, pensierini per gli amici”.

«Chi vuol viaggiare felice deve viaggiare leggero», raccomandava Saint-Exupéry. Aveva ragione. Ma al Piccolo Principe probabilmente la valigia la faceva qualcun altro.

Cinzia Capitoni