Viaggiatori e valigie sul divano di Freud

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Che si tratti delle valigie per un lungo viaggio o per una breve vacanza, oppure della borsetta con cui si esce per una giornata di lavoro, non fa differenza.
Così raccontano coloro che si lasciano andare a descrivere la loro vita nei minimi dettagli, sul divano dello psicoanalista: fare i bagagli, gestirli durante il viaggio, riaprirli una volta arrivati a destinazione, ritrovare quel che si è messo dentro, sovente desta apprensione. Ciò vale per quando si parte ma anche per quando si torna.

La maggior parte delle volte è la preparazione che richiede più tempo, perché, a seconda dei casi, costringe a ripetute verifiche del contenuto, alimenta dubbi irrisolvibili, pone di fronte a scelte tristemente drastiche.
Anche il modo in cui si organizza il bagaglio è caratteristico: si va da un ordine rigorosissimo al gettare tutto alla rinfusa.
C’è chi ci spende qualche ora, c’è chi ne è assorbito per giorni interi.
Quasi sempre, questo vale anche per chi sembra, o si dichiara, immune da tali peripezie: la sensibilità o meno a un problema non ha a che fare con la sua esistenza, che prima o poi finisce per rivelarsi.

Le preoccupazioni relative al bagaglio, o a qualcosa che vi è contenuto, il che non cambia, hanno sempre a che fare con delle paure ricorrenti: la paura della mancanza, la paura di perderne il controllo, la paura della perdita.
Talvolta, queste tre paure entrano in risonanza con altre più specifiche, come per esempio quella dell’abbandono, legata alla fantasia del bagaglio sperduto e lontano dal suo proprietario; o quella dell’invasione, quando si fantastica che qualcuno possa aprire il bagaglio a nostra insaputa e frugarci dentro.

È interessante notare che queste paure di rado sono giustificate.
A pensarci bene, dimenticare di mettere qualcosa in valigia, o rinunciarvi perché non ci sta più niente, sono problemi irrilevanti.
Man mano che ci si integra nel luogo d’arrivo se ne sente sempre meno la mancanza, quindi non ci si pensa più e infine ci si rende conto che non era il caso di darsi tanta pena.
Nuovi oggetti prendono il posto di quelli lasciati a casa, ma al momento di ripartire la storia tenderà a ripetersi.
Le tre paure ricorrenti – della mancanza, della perdita di controllo e della perdita dell’oggetto – hanno le loro origini in tre epoche diverse della nostra vita.
Sono pertanto naturali: quel che può cambiare, fino a renderle prevaricanti, è l’intensità.

C’è per ogni essere umano un periodo in cui la sopravvivenza e la sicurezza dipendono totalmente da chi si occupa di lui.
Questo periodo corrisponde al primo anno di vita.
In quei mesi, ogni volta che i bisogni del bambino non sono soddisfatti in modo adeguato e col ritmo giusto, proprio per via della sua dipendenza egli può sperimentare solo la mancanza, in quanto è ancora molto lontano dall’essere indipendente al punto di soddisfarli autonomamente.
Tale mancanza è quindi avvertita come un pericolo per la sopravvivenza e la sicurezza, e produce un’angoscia che lascia delle tracce.
A quell’età, siamo tutti sballottati fra la dipendenza e la mancanza.

Ognuno di noi entra poi nel secondo anno di vita, quello in cui si acquisisce e si perfeziona gradualmente il controllo del proprio apparato muscolare (in particolare sfinterico) e quindi di molte altre funzioni superiori, come il linguaggio.
Una vera rivoluzione, perché per la prima volta, grazie a questo controllo, il bambino può affermarsi volontariamente come persona: non a caso è il periodo del “no”, detto a tutto e a tutti.
Si negozia senza sosta, sull’arduo cammino che richiede di barattare il “tutto, subito e per sempre” con le regole dell’educazione e quindi con l’amore dei genitori, che vogliono impartirla.
Ma poiché il bambino è pur sempre in uno stato di dipendenza, rapidamente cerca di estendere il suo controllo a chi si occupa di lui, talvolta con dei ricatti: l’obiettivo è sempre assicurarsi la sopravvivenza e la sicurezza, ma anche un certo riconoscimento e un minimo di potere.
In questo lasso di tempo, quando i suoi bisogni non ricevono un adeguato soddisfacimento, il bambino sente che i suoi tentativi falliscono, e vive l’angoscia della perdita di controllo.

Dal terzo al quinto anno di vita, si è già dei piccoli adulti.
L’attaccamento ai genitori si condensa in modo più esplicito su uno dei due, quasi sempre quello del sesso opposto: in quel periodo si vivono storie di amori incondizionati, totali, incoercibili, violenti, che non ammettono rivali… ma votati all’impossibilità.
L’esito è inevitabilmente drammatico, poiché consiste nel naufragio di queste aspirazioni, cioè con la perdita di ogni speranza di avere tutto per sé il genitore amato e desiderato.
Prende piede il senso di colpa, che si oppone a queste passioni indomite, e si fanno strada delle fantasie che mettono in gioco l’integrità del proprio corpo, legate alla paura di perderne delle parti.
I bisogni di sicurezza, sopravvivenza, riconoscimento e potere sono di nuovo minacciati.

Qui finisce la prima infanzia: tutto l’essenziale entra in una memoria di cui non resta alcun ricordo, e si è pronti a interessarsi sempre più al mondo al di fuori della famiglia: la scuola, gli amici, i maestri, gli sport, le prime infatuazioni, e così via.
In questo nuovo quadro di riferimento si ripeteranno, senza rendersene conto, le vicissitudini ormai dimenticate degli anni passati.

Il bagaglio – valigia, baule, borsa o borsello che sia – è un oggetto scelto in funzione della personalità del suo proprietario o dell’immagine che questi ha di sé.
Contiene, protegge e trasporta le cose che gli appartengono, spesso quelle più intime e segrete, perché hanno a che fare col corpo e le sue funzioni, come per esempio gli indumenti e i vari accessori di igiene personale; oppure oggetti il cui valore non si conta solo in termini di denaro, che già di per sé è direttamente implicato nei bisogni fondamentali di sicurezza, sopravvivenza, potere e riconoscimento, ma in termini di affetto. È per questo che i bagagli o il loro contenuto sono vissuti come “pezzi” del proprietario, parti della sua vita, vere e proprie parti di sé e della sua identità.

Le paure che si possono risvegliare nell’adulto sono sempre quelle del bambino che egli è stato, la cui immaturità costitutiva ha fatto temere la mancanza, la perdita di controllo, la perdita dell’oggetto amato, perché in lotta per i propri bisogni fondamentali: ecco perché il bagaglio, in fin dei conti, è semplicemente un sostituto di se stessi.

Alessandro Fornari