Le vie delle perle

Perle di vetro ritrovate in Mali
Perle di vetro ritrovate in sepolture in Mali

“Un viaggiatore in questo paese non porta provviste e nemmeno ducati o dracme. Deve portare con sé pezzi di sale e ornamenti o bigiotteria di vetro, che la gente chiama nazhms (fili di perle di vetro, ndr) e qualche sostanza aromatica.”

Così scriveva, nel 1352, Ibn Battuta, viaggiatore marocchino, sulla via che da Oualata (foto 1) nell’attuale Mauritania, lo portava a Timbuktù (foto 2). Incredibile che la stessa informazione venisse data due secoli prima da Al Idrissi geografo berbero che nel 1154 la riportava nel suo Kitab Rugiari, scritto alla corte normanna di Ruggero II di Sicilia a Palermo.

È risaputo che le perle di vetro facevano parte del bagaglio degli esploratori nell’Ottocento in Africa (e non solo) e utilizzate come mezzo di pagamento, ma che questi scambi fossero praticati sin dall’inizio del primo millennio lascia stupefatti. D’altronde, tra le testimonianze archeologiche che ci provengono dalle sepolture maliane di Timbuktù, Gao e Djenné (foto 3), le perle di vetro costituiscono il corredo più diffuso e meglio conservato (foto 4).

Queste perle costituiscono un importante testimonianza di antichi commerci tra le regioni sub sahariane e la costa del Mediterraneo. Il colore, la forma, la tecnica di lavorazione di ogni singola perla sono peculiarità uniche, che permettono l’attribuzione a un luogo ben preciso di produzione in una determinata epoca.

Lungo le vie dell’ambra dalla Scandinavia, della seta dalla Cina, del corallo dal Mediterraneo, degli schiavi dall’Africa, le perle di vetro viaggiavano come moneta di scambio verso i capolinea mediorientali e mediterranei dove confluiva la via dell’oro, da sempre la merce di scambio più ambita in ogni secolo (foto 5).

A islamizzazione conclusa dell’area sub sahariana, avvenuta tra il XII e il XIV secolo, i pellegrinaggi alla Mecca divennero un ulteriore occasione di scambio tra le popolazioni convertite alla parola del Profeta. L’oro degli Imperi del Mali raggiungeva l’Egitto e qui era scambiato con merci egiziane, persiane e siriane, indiane e indonesiane. Tra queste merci, di sicuro grandi quantità di perle di vetro, hanno raggiunto il continente africano e sono entrate a far parte della vita delle popolazioni che lo abitavano. Le perle a mosaico egiziane (foto 6), le mitiche Mourfia (foto 7), le perle a lume mediorientali (foto 8), le perle in agata e corniola indiane, sono diventate non solo ornamento ma anche oggetti magici, apotropaici, taumaturgici, segni distintivi di ceto e grado sociale. Le diverse etnie africane richiedevano determinati tipi di perle di vetro, con caratteristiche ben precise in relazione al colore, la forma e la decorazione, per le proprie cerimonie religiose (foto 9-10) e di iniziazione (foto 11), ma anche come ornamento protettivo contro influenze negative e malattie.

Questo spiega perché quando all’inizio del XV secolo la produzione di perle di vetro provenienti dall’Asia Minore venne a mancare a causa della invasione dell’esercito mongolo di Tamerlano, i commercianti d’oro, d’avorio e di schiavi africani cercarono altrove nuove fonti di pagamento.
Non si sa esattamente in quale momento le perle di Venezia abbiano fatto la loro apparizione in questo Risiko internazionale, ma sta di fatto che sono diventate una importante valuta in Africa, dove hanno trovato un mercato che da secoli le considerava una incontestabile merce di scambio.

Douarte Pacheco Pereira nel 1508 nel suo De situ Esmeraldus Orbis descrive la città di Timbuktù capitale dell’omonimo regno. Cita quindi la vicina città di Djennè (foto 12), circondata da mura di fango e paglia, e dove si trova una grande ricchezza d’oro:
Colà l’ottone (foto 13) ed il rame costano molto cari, così pure le stoffe rosse e blu e il sale; tutto si vende a peso fuorché i tessuti. Anche il garofano, il pepe, lo zafferano, la seta fine in filato e lo zucchero vi costano molto cari. Il commercio in questa regione è molto sviluppato. Conosciamo luoghi ove si tengono grandi fiere tra cui quella di Cooro (Kulikoro) dove si fa ogni anno un commercio di 1.000 ducati d’oro verso Tunisi, Tripoli di Siria, Tripoli di Berberia, il Regno di Bugia, Fez e altri paesi… nel Regno di Tekrur… vi si scambiano 6 o 7 schiavi per un cavallo di poco conto, un poco d’oro per della tela e della stoffa rossa, o delle corniole che sono pietre preziose che chiamiamo pietre ferma sangue, come pure le perle blu che chiamano coris (foto 14) e molte altre cose di varie specie.”

Anche nei nuovi territori oltremare, che all’inizio del XVI secolo le marinerie europee andavano scoprendo e colonizzando, le perle di vetro hanno avuto un ruolo importante.
Una straordinaria testimonianza ci viene addirittura da Cristoforo Colombo il quale annota nel diario in data 12 ottobre 1492:
“Subito dopo una grande folla di natali si erano riuniti là… per vincere l’amicizia e l’affetto della gente e perché ero convinto che la loro conversione alla nostra Santa Fede sarebbe stata meglio promossa attraverso l’amore che attraverso la forza, ho offerto alcuni berretti rossi, e alcuni fili di perle di vetro che loro hanno messo intorno al collo, e  altre sciocchezze di valore trascurabile che li fecero felici e con le quali abbiamo ottenuto una splendida presa sulle loro passioni.”

Sempre dal diario di Colombo in data 3 dicembre 1492:
L’Ammiraglio gli fece dare campanelli da falco e anelli di ottone, e piccole perle di vetro verde e giallo (foto 15) con i quali furono ben contenti.”

Alcuni anni dopo, il 15 febbraio 1517, Francisco Hernandez Cordoba durante la spedizione a Capo Catoche nello Yucatan scriveva:
“Più di 30 di loro sono venuti a bordo della nave ammiraglia e abbiamo dato a ognuno di loro in regalo un filo di perle verdi.”

Ancora Cordoba, a Champoton, in Messico, si ingrazia le popolazioni locali consegnando a tre prigionieri liberati:
Perle di vetro verde e piccole campane di ottone (foto 16) da distribuire tra gli abitanti, al fine di ottenere la loro amicizia.
E ricorda:
“Abbiamo trattato i tre prigionieri nel complesso con ogni gentilezza, e abbiamo dato loro coralli di vetro (foto 17) per incoraggiarli.”

Quando Hernan Cortés si avvicinò alla grande città azteca di Tenochtitlan, incontrò Cacamatzin, nipote di Montezuma, a cui fece dono di “tre pietre che sono chiamati margaritas, che hanno poi all’interno molte marcature di colori diversi, e agli altri capi ha dato perle di vetro blu.”

Quando finalmente poi, qualche giorno più tardi, Cortés viene ricevuto da Montezuma:
“Tirò fuori una collana che aveva a portata di mano, fatta di pietre di vetro, che ho già detto sono chiamati margaritas, che hanno al loro interno molti disegni di diversi colori.”

Quasi certamente si tratta di una perla veneziana chiamata “Nueva Cadiz” (foto 18) dal nome del luogo dove fu trovata, sull’isola venezuelana di Cabagua, in un contesto archeologico riferibile tra il 1498, anno in cui la scoprì Cristoforo Colombo in occasione del suo terzo viaggio nelle Americhe, e il 1545, anno in cui l’isola fu sconvolta da un violento tsunami.
Si tratta di una grande perla a sezione quadrata a più strati sovrapposti di colore blu e bianco. Erroneamente si è creduto fosse di produzione spagnola, ma ritrovamenti in depositi lagunari a Venezia e scavi in antiche vetrerie in Olanda certificano una  provenienza veneta o olandese.

Con il passare dei secoli l’espansione coloniale europea nel Nuovo Mondo, in Africa ed in Oriente ha continuato ad approfittare della praticità della perla di vetro, facile da trasportare, non deperibile e di fascino indiscusso presso le popolazioni del mondo intero.
Nel 1602 l’olandese Peter de Marees scrive dal Rio de Oro (l’attuale Ghana):
“Qui vengono vendute molte perle veneziane, e la gente comune è occupata a lucidarle e a vendersele una con l’altra.”

Ma le perle di vetro erano presenti sul mercato del Golfo di Guinea già da oltre un secolo. Nel 1482 ad Elmina, in Ghana, venne costruito dai portoghesi il forte di Sao Joao de La Mina (foto 19), il primo insediamento commerciale europeo nell’Africa sud sahariana. Dapprima utilizzato come magazzino fortezza, il forte divenne poi una delle tappe più importanti lungo il percorso della tratta atlantica degli schiavi provenienti dalla Liberia, Benin, Ghana e da altre regioni dell’Africa atlantica. Nel 1873 il castello venne distrutto dagli inglesi e, tra le sue rovine, gli scavi archeologici condotti alla fine del secolo scorso, hanno restituito perle di vetro veneziane utilizzate da portoghesi, olandesi ed inglesi per acquistare oro, avorio, legni pregiati, schiavi, avorio e olio di palma presso gli Akan e gli Ashanti, le due etnie autoctone del Ghana, nel corso di oltre duecento anni.

Sono i secoli d’oro dell’industria vetraria veneziana, le sue perle raggiungono quattro continenti e gli scambi procurano utili inimmaginabili alle compagnie specializzate nei commerci coloniali.
Anche le grandi esplorazioni del continente africano dell’800 si sono avvalse egregiamente delle perle di vetro come moneta per acquistare servizi e scorte di cibo durante le spedizioni.

L’inglese James Bruce che ha esplorato fra il 1768 e il 1773 l’Africa nord-orientale e la Penisola Arabica; approdato nell’isola Dahlak, nell’omonimo arcipelago eritreo, aveva notato che non c’erano in circolazione monete di basso valore, ma “solo perle veneziane di vecchie e nuove, di ogni forma e colore, intere o spezzate.

Richard F. Burton nel 1860 nel resoconto della sua spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo scriveva che “ogni negligenza nel scegliere le perle, oltre a causare quotidiani inconvenienti, può arrestare una spedizione giunta a un passo dal successo.”

Burton annotava anche che in Africa Orientale circolavano circa 400 varietà di perle, ognuna con il suo peculiare nome, valore e luogo di preferenza. Egli sottolineava inoltre come nella regione le perle rappresentassero l’equivalente degli spiccioli in rame e argento in Europa, e forniva una descrizione di 18 tipi di perle. Tra queste la più apprezzata era la “Cornalina di Aleppo” (foto 17), una perla a lume a due colori di vetro trasparente rosso, avvolto su base bianca opaca, prodotta dalle vetrerie di Murano per oltre due secoli.

A volte le perle erano l’unico mezzo di pagamento accettato, e sempre Burton riporta che a Ubena (nell’attuale Tanzania) schiavi e avorio erano acquistabili solo in cambio di perle. Il gran numero di perle disponibili e la loro accettazione o rifiuto, da parte delle diverse etnie con cui i viaggiatori venivano a contatto, provocava non pochi mal di pancia a chi si accingeva a partire verso l’interno per i lunghi e massacranti viaggi dell’epoca.

Henry Morton Stanley, nelle sue memorie, racconta le sue angosce alla vigilia della partenza alla ricerca di David Livingstone, nel 1871. Gli era stato riferito che le perle prendevano il posto dei tessuti come moneta presso alcune tribù dell’interno, ma qui cominciavano i guai: a seconda dei luoghi, un tipo di perle era bene accetto mentre gli altri erano completamente rifiutati. Pertanto dovette studiare attentamente, in base alle informazioni ricevute, quanto la spedizione si sarebbe trattenuta in un dato territorio così da portare con sé una provvista sufficiente di ogni tipo di perle, ed evitare di portarne quantità eccessive, che potevano poi rivelarsi inutili al punto di doversene sbarazzare, come era capitato a Burton e Speke.

Tra la fine dell’800 ed i primi vent’anni del ‘900 grandi compagnie commerciali inglesi, tedesche, italiane e olandesi aprirono filiali in tutta l’Africa per commercializzare le perle veneziane e boeme che, pur finita l’epoca del baratto, continuavano a essere richieste dal mercato.

La Moses LewinLevin di Londra, attiva tra il 1830 ed il 1913, controllava il mercato del Golfo di Guinea; la J. F. Sick & Co., fondata ad Amburgo nel 1900 e trasformata nel 1927 ad Amsterdam nella N.V. Handelsmaatshappij v.h. J. F. Sick & Co., e attiva sino al 1963, ha rappresentato in Africa e sud America le più prestigiose vetrerie di Murano (foto 20).

Tra le compagnie italiane la più importante è statala Società Veneziana per l’Industria delle Conterie, fondata nel 1898 a Murano per fusione di 17 società individuali, che è stata attiva sino al 1992. Esportava in Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia, Turchia, Africa, India, Estremo Oriente, Nord America e Sud America, dando lavoro a oltre mille dipendenti nella sola isola di Murano.

Augusto Panini