La valigia del criminologo

La criminologia è una scienza multidisciplinare che investe sia l’aspetto “fisico” del reato, sia l’aspetto psicologico.

Negli ultimi 25 anni vi è stata una progressiva separazione fra i due aspetti, che ora possono dirsi definitivamente divisi; io mi sono occupato per 30 anni della criminologia “fisica”, ossia della ricerca delle tracce, dello studio scientifico della scena del crimine (balistica, dattiloscopia, tracce organiche e non) e delle analisi connesse. .

A suo tempo studiai presso la Wisconsin University di Cleveland (Ohio), da dove uscii con il diploma in criminologia. All’epoca l’aspetto psicologico era, se non trascurato, almeno considerato d’importanza relativamente modesta: l’attività era principalmente orientata alla ricerca, identificazione, classificazione e studio di tutte le tracce presenti sulla scena del crimine.

Dopo sei mesi di studi teorici, si iniziava a passare all’aspetto pratico: si interveniva, in squadre di 5 studenti guidati da un professore, sull’effettivo campo di un crimine, dove aveva già operato una squadra di polizia scientifica (composta da criminologi esperti), che aveva avuto cura di lasciare tutto il possibile nelle condizioni originarie, e che ci guidava nell’attività.

Quando si facevano questi interventi, la “valigia” del gruppo era… un furgone, sul quale c’erano tutte le attrezzature necessarie; inoltre, se mancava qualcosa, si poteva sempre far conto sulla cortesia della Polizia, previa super-lavata di capo del professore.

Già, perché quando si interviene non si mai sa cosa si troverà, né quali branche della specialità saranno interessate, e di conseguenza quali saranno le attrezzature necessarie: in ogni caso dover fare la spola fra il laboratorio universitario e il punto di intervento non era considerato ammissibile.

Quando iniziai l’attività in Italia mi scontrai innanzi tutto con l’inesistenza di un titolo professionale equipollente: la figura del criminologo non esisteva semplicemente, per cui dovetti iscrivermi all’Albo del Tribunale come “perito in dinamiche, perito balistico, perito dattiloscopico, perito grafico, esperto nella ricerca di microtracce”.   Mica poco!!

Ovviamente, fin dall’inizio, si pose il problema della preparazione della “valigia” contenente il necessario da portare sulla scena del crimine: se per un intervento in Torino o dintorni  potevo dimenticare qualcosa, e quindi tornare in studio per recuperare quanto mancante, quando l’intervento era fuori sede (all’epoca lavorai per tutta l’Italia) la mancanza di un attrezzo poteva rivelarsi drammatica, anche perché si tratta di strumenti che non si trovano facilmente in commercio.

Oggi gli accertamenti peritali si avvalgono di strumentazioni modernissime, ma a volte piuttosto ingombranti, che non possono essere contenute in una banale valigetta: basta osservare un intervento dei RIS per rendersi conto che per il trasporto delle attrezzature, sistemate in appositi contenitori, sono necessari una decina di uomini.

Invece, all’epoca, le attrezzature erano quanto meno approssimative: come era approssimativa (almeno qui da noi) la scienza forense.

Ad esempio: i guanti di lattice erano introvabili in commercio; io li avevo per il cortese interessamento di un amico infermiere alle Molinette (e non li buttavo via dopo l’uso, ma li riutilizzavo fino alla rottura); le pinzette per il recupero di peli o simili erano quelle cosmetiche, sottratte a mia moglie e sterilizzate; le pinze speciali per il recupero dei proiettili infissi, senza danneggiarli, avevo dovuto farmele mandare dagli USA e dovevo tenerle ben care perché oggetto della rapace curiosità degli agenti della Polizia Scientifica.

L’armamentario doveva anche comprendere il “nécessaire” per il rilievo delle impronte digitali cioè un barattolino di ossido d’alluminio, un pennello di pelo di martora, strisce di gomma speciale e fogli di plastica trasparente. Ugualmente indispensabili erano una serie di reagenti chimici per il rilievo delle macchie le più disparate: residui di piombo, rame o leghe di nikel da impatto di proiettili;  macchie di origine organica  (sangue, saliva, sperma, sudore);  tracce di origine inorganica (combustibili, esplosivi, lubrificanti, eccetera). Inoltre la famosa “valigia” doveva anche disporre di compartimenti stagni e di compartimenti sterili per l’immagazzinamento di eventuali reperti organici. Naturalmente occorreva una collezione di contenitori: buste di varia pezzatura (quelle in PVC sarebbero apparse sul mercato qualche anno dopo) e scatolini cilindrici e a forma di parallelepipedo.

Inoltre i reagenti sono tutti incredibilmente costosi, alcuni difficili da trasportare perché particolarmente corrosivi (ad es. l’acido ortofosforico), per cui ogni reagente doveva avere il contenitore adatto (di vetro, cristallo, piombo e via così).

Era dunque necessaria una “valigia” nella quale i contenitori non cambiassero posizione, rimanendo costantemente verticali durante il trasporto e la sistemazione sul luogo dell’intervento. Semplice a dirsi, ma fra il dire (o il pensare) ed il fare ……

In commercio non esisteva nulla di simile, e far costruire un bagaglio apposito allo scopo aveva allora un costo per me preoccupante. Bisognava arrangiarsi: mi guardai intorno e casualmente incappai in un meccanico, con la sua brava cassetta degli attrezzi: quelle cassette invariabilmente blu, che si aprono a ventaglio con un sistema a pantografi, e che all’interno, a seconda dei modelli, hanno più piani e scomparti a volontà.

Era quello che faceva al caso mio. Si trattava solo di “imbottire” gli spazi divisori, per proteggere dagli urti e dalle vibrazioni i preziosi reagenti, evitando così l’eventuale versamento di quelli pericolosi e creando delle cellette sterili, mediante inserimento in determinati scomparti di contenitori di vetro (allora quelli di teflon sterile non esistevano ancora), debitamente protetti dagli urti ma facilmente estraibili.

In uno degli scomparti doveva trovare posto, ben sistemata, tutta l’attrezzatura fotografica: ovvero due corpi-macchina, sei obiettivi, due flash, accessori vari e pellicole. Tante pellicole: un ingombro abbastanza rilevante.

Il bagaglio così congegnato non era elegante, assolutamente non leggero, ma certamente pratico ed economico.

Fu così che passai alla storia come: “il perito con la cassetta da meccanico”.

Poi, finalmente, giunse il primo incarico: ovviamente nulla ne sapevo finché non arrivai sul posto e venni informato dagli agenti intervenuti. Ricordo che si trattava di una rapina all’ufficio postale di Pecetto, nei dintorni di Torino, con sparatoria ma senza feriti.

Tutto contento per l’incarico feci il mio ingresso trionfale nell’ufficio, debitamente munito di cassetta degli attrezzi, suscitando la neanche troppo discreta ilarità dei presenti e l’espressione perplessa del magistrato. Riuscendo (con fatica) a mantenere un atteggiamento compassato e professionale, incominciai a fare il rilievo planimetrico e fotografico dei locali, rilevando la presenza, sul pavimento, di due bossoli esplosi di cartucce calibro 7,65 mm (quindi due colpi sparati) ed a cercare i punti d’impatto dei proiettili.

Solo che punti d’impatto ne rilevai sei, ed i colpi sparati, secondo la testimonianza degli addetti all’ufficio, erano stati due.

Osservando la morfologia dei punti d’impatto, compresi che si trattava di impatti di rimbalzo: infatti un proiettile lo trovai infisso nella parete di fondo del locale, e la profondità dell’infissione consentiva, conoscendo l’energia cinetica del proiettile, di stabilire che esso era giunto contro il muro senza significative perdite di potenza, quindi in traiettoria diretta e non di rimbalzo,

Rimaneva da trovare il secondo proiettile. Studiando con attenzione i vari impatti calcolai i tre consumi energetici, e potei stabilire le traiettorie da un punto d’impatto all’altro. Purtroppo, dopo l’ultimo punto, si perdevano le tracce del proiettile.

Sforzandomi di ignorare gli sguardi ironici degli astanti, mi concentrai su un ventaglio di varie possibilità. Infine la mia pazienza fu premiata, perché trovai il proiettile infisso fra la cornice del vetro antisfondamento del bancone ed il vetro stesso: aveva potuto infilarsi in quella feritoia perché appiattito dai precedenti urti contro i muri.

Il proiettile venne quindi recuperato con le speciali pinze americane, che suscitarono molta (troppa) curiosità degli astanti.

Così mi guadagnai il rispetto di coloro che, prima, ironizzavano sul “perito che ha studiato in America e che ha la cassetta da meccanico”. Ma il bello venne qualche giorno dopo.

Le indagini di Polizia avevano consentito di fermare due loschi figuri, difesi da un valente avvocato, ed il magistrato (allora giudice istruttore) mi chiese di effettuare un “esperimento giudiziario”: cioè di “ricostruire” la vicenda sula scena reale del crimine.

Con gli spari?  Sì, con gli spari, se necessario, ma in condizioni di sicurezza… Hai un bel dire, ma con le armi, la sicurezza…

Quella notte non dormii, ma la passai al tecnigrafo a studiare le traiettorie. Poi, la mattina dopo, armato di una pistola Walther PP del giusto calibro (era l’arma che l’analisi dei bossoli aveva consentito di individuare), con munizioni della stessa marca e del medesimo lotto di fabbricazione, munito di un robusto treppiede da macchina fotografica debitamente modificato con il montaggio di una piccola ma robustissima morsa dove fissare la pistola, mi presentai all’ufficio postale. Là c’erano ad attendermi il magistrato, alcuni agenti della Polizia e l’avvocato difensore degli indagati.

Posizionai la pistola sul treppiede, curando con la massima diligenza l’angolo di sparo, e chiesi di far sgomberare il locale. L’avvocato ed il giudice vollero rimanere, e li feci sistemare dietro di me.

L’avvocato, con fare fra l’ironico e lo strafottente, chiedeva continuamente precisazioni sulla traiettoria del proiettile e sul come potessi esserne sicuro, nell’evidente tentativo di distrarmi e portarmi all’errore.

Faceva freddo ed io avevo un berretto in testa: lo posi sul ripiano del bancone e, per rispondere all’ironia dell’avvocato (rischiando una reputazione che ancora non avevo), dissi che il proiettile si sarebbe incastrato fra il vetro e profilo metallico, oppure sarebbe caduto nel cappello.

Con l’immaginabile apprensione sparai il colpo ed il proiettile si depositò giusto giusto nel cappello.

Commento dell’avvocato: “questo qui è amico del diavolo, e fa fare ai proiettili quello che vuole lui!”.

Per molti anni a seguire incontrai quell’avvocato, che non mancava mai di ricordare l’episodio e di riderci sopra, anche se il risultato dell’esperimento costò una condanna a cinque anni ai suoi clienti.

Maurizio Coronato

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