I bagagli di una vita

Sanaa, Yemen. Edificio del centro storico

Viaggio da sempre. Da una vita. Vengo da una famiglia che si è sempre spostata e ho iniziato a prendere la porta da molto giovane. Mi occupo di turismo da quasi 20 anni, soprattutto nella penisola arabica e in Medio Oriente. A farla breve, quando non ho viaggiato per lavoro, ho lavorato per viaggiare: così tanto e in così tanti posti diversi che faccio fatica a distinguere i viaggi di lavoro da quelli di piacere.
Ovvio che con le valigie e con i bagagli in genere abbia una certa familiarità. Non solo con i miei bagagli, ma anche con quelli degli altri. Parlo dei turisti, migratori stagionali a tempo limitato, che con i bagagli e il loro contenuto hanno un rapporto occasionale, fuggevole. Ma anche dei pellegrini diretti ai luoghi sacri dell’Islam. Dei viaggiatori per business, di chi si sposta per necessità, per lavoro o per semplice abitudine al movimento.

Bagagli di turisti, pellegrini, uomini d’affari

Qualunque sia la molla che spinge a partire, c’è sempre un fardello che ci accompagna. Con dentro le cose più inverosimili.
Come quella solitaria viaggiatrice americana appassionata di mete esotiche, incontrata qualche anno fa in Oman. Ovunque andasse, si portava sempre dietro due grosse valigie, pagando a ogni check-in profumatissime tasse di sovraccarico. In una teneva i suoi effetti personali, l’altra era piena di bottiglie d’acqua. Per evitare di prendere malattie, si presume, e potersi dissetare in ogni momento con assoluta sicurezza. Per sua fortuna questo succedeva prima dell’11 Settembre e certi bagagli erano comunque non sospetti. Come farà adesso?

Beh, non era la sola a viaggiare con bagagli strambi. Ho visto valige ipertecnologiche dalle quali sono uscite attrezzature fotografiche degne di National Geographic e traduttori simultanei in cinque lingue completi di funzione scritta e audio. Borse contenenti apparecchi per l’ossigeno, in mancanza del quale il proprietario si sarebbe addormentato con la testa nel piatto. E a proposito di oggetti bizzarri, che dire di quella bussola che indicava solo ed sclusivamente la direzione della Mecca? Certo per poter pregare rivolti dalla parte giusta. Ugualmente certo che il proprietario, un austero signore dalla folta barba nera, fosse estremamente pio ma anche dannatamente pignolo. E’ un lato della fede, ma non il solo. Ho anche visto Bibbie trafugate in paesi dove le medesime non sono ben accette; tupperware contenenti carne di maiale, celata in intingoli strani perché venisse confusa con carne di vitello laddove la carne di maiale è bandita e considerata impura.

Ho visto oggetti che al ritorno dai viaggi non stavano in valigia e la gente portarsi in cabina ingombranti statue di giraffe in legno smontabili, tamburi, sombreri, lampadari, pianole, bilance da droghiere e oggetti non identificati.
In un aeroporto povero di un Paese povero del Medio Oriente ho visto girare sul tapis roulant addirittura una lavatrice. Andava in un paese ancora più povero.
E ho visto sacchetti di nylon pieni di dollari, appesi a mani piene di anelli, svuotarsi per pagare i conti astronomici di uno sceicco in vacanza con la sua scorta. Non ricordo bene dove, ma sicuramente era una grande città europea. Lo so, perchè mi chiesi come mai non usassero le carte di credito.
Da un beauty-case enorme di una siliconatissima nordamericana ho assistito, con preoccupazione e un po’ di imbarazzo, all’estrazione di una quantità impressionante di tubetti di un noto antiemorroidario. Pensando al viaggio che attendeva la signora, un viaggio tutto in fuoristrada lungo piste spaccaossa, ho paventato il peggio. E invece ho scoperto che il suddetto prodotto è miracoloso per le zampe di gallina, il gonfiore degli occhi e tutto ciò che potrebbe minare la bellezza del volto, vittima designata di troppi jet-lag. Le star di Hollywood, parrebbe, non viaggiano mai senza, fatene tesoro.

In Yemen

Nello Yemen, dove vivo e lavoro, ho accolto persone che prima della partenza dal paese di origine hanno riempito valige di giocattoli, vestiti, prodotti sanitari e scolastici per i bambini sia di Sanaa che dei villaggi circostanti. Valigie che hanno reso qualcuno felice.
E sempre in Yemen ho visto bagagli fantasiosi: borse degli attrezzi ricavate da macchinosi assemblaggi di secchielli in plastica (così si presentò un idraulico a casa mia) e madri andare al mercato col bambino sistemato sulla schiena, avvolto in pezze di stoffa prese chissà dove e adattate all’uso del momento. Io stessa, in mancanza d’altro, per andare dal veterinario ho messo il gatto in un secchio e avvolto il cane in un asciugamano. Quando la spesa diventa troppo pesante da trasportare, mi faccio aiutare dai ragazzi con la carriola. Per pochi soldi caricano qualunque cosa, con servizio a domicilio. A certe latitudini si fa quel che si può, sfruttando l’ingegno per far fronte ai bisogni immediati. Il famigerato kalashnikov, per esempio, viene portato a tracolla come se fosse una borsetta, o almeno ciò accadeva in ogni angolo di Sanaa prima della campagna di messa al bando delle armi iniziata nel 2000.

Bagaglio d’obbligo per il maschio adulto yemenita è il sacchetto dell’immancabile qat, (foglie della Catha edulis, pianta che contiene un alcaloide dalle prorietà stimolanti). Il sacchetto del qat è di solito appeso al manico all’altrettanto immancabile jambyia, un lungo pugnale ricurvo portato alla vita. Una moda intramontabile, che non cambia da secoli.
C’è anche chi vuole strafare e ha usato la cintura dello jambyia come rastrelliera per bombe a mano. Non parlo di guerriglieri assetati di sangue ma di cittadini comuni, padri di famiglia. Brave persone che poi la sera, nello svestirsi, si sono dimenticati del carico e hanno fatto saltare in aria l’intera famiglia. Non sono leggende metropolitane. Lo giuro. Anche perché di metropolitano lo Yemen ha ben poco.

Un trasloco in cinque valige

E i miei bagagli, vi chiederete? Quelli li conosco bene, li ho osservati cambiare nel corso degli anni. Drasticamente. Ho vissuto in sei paesi diversi e cambiato una ventina di case. Case rigorosamente mai mie. I tanti traslochi li ho fatti anche con l’aiuto delle mie onnipresenti cinque valige, anche il numero è rimasto invariato.
Ma cominciamo dall’inizio. Nelle prime partenze usavo una cesta, piena di cose che adesso mi sembrano pazzesche, ridicole se non inutili: bambole, mangiadischi, scatole di puzzle, colori e pastrocchi vari. Poi mi sono evoluta e sono arrivate le valigie, che riempio bene o male sempre con le stesse cose, gli stessi vestiti, dai medesimi colori e fogge. Mai nulla di nuovo. A ben pensarci vesto uguale da anni. Come gli Yemeniti.
O meglio, qualche novità c’è. Recentemente al mio bagaglio si sono aggiunti un laptop e gli occhiali da vista. Segno dei tempi e degli anni che passano. Ah! Dimenticavo i libri, passione che mi porto dentro da sempre. Ogni luogo, ogni casa, ogni viaggio, ogni permanenza, è legata alla lettura di un certo libro. Altro accessorio irrinunciabile è il mitico, almeno per me, quadernone con le pagine gialle. Non è un diario, non viene aggiornato su base sistematica. E’ un grosso taccuino che riporta poesie, brani, frasi di altri. Frasi importanti, componimenti e citazioni.

Primi fra tutti, i versi di una poesia di William Plomer, che più di altre assume ai miei occhi un significato particolare, quasi fosse il mio, personalissimo, leitmotiv :

“…andiamo in un altro paese,
non il tuo nè il mio e ricominciamo!
In un altro paese?
Quale? Uno senza fuochi, dove la febbre è in agguato sotto le foglie, e l’acqua venduta a chi ha sete? E portare roba o soldi nelle scarpe per non morire di fame?
La speranza sarà il nostro passaporto, tutto il resto va da sè…
Tu di’ solo di sì”.

Mi sono detta di sì molte volte, da sola. Trasformandomi in un contenitore vuoto, una valigia che poco a poco si riempie di parole nuove intraducibili, proverbi, modi di dire, di fare e gesticolare, estranei alle mie stesse radici.
Non so bene cosa sia nè come funzioni ma è un mondo mio. Il vero e unico bagaglio di una vita vissuta con la valigia in mano.

Beatrice de Filippis

Immagini Courtesy Donatella Olivero