Dalla valigia extra-large alla 48 ore extra-slim

Meno porti, più compri”, era il ritornello di mia madre per convincermi a ridurre la mole di vestiti e scarpe che mettevo nelle mie valigie. Ma io non capivo come fosse possibile farlo e, anzi, ignoravo sistematicamente il suo saggio invito, argomentando lungamente sul perché ogni oggetto che avevo scelto fosse davvero indispensabile, per quel viaggio…

Guardando indietro riconosco che, fino ad un certo punto, il mio bagaglio è stato caratterizzato da un approccio che si potrebbe definire barocco: cioè ricco di oggetti, ricambi, accessori e orpelli vari, necessari per affrontare qualunque imprevisto, dal cambio di clima ad un qualunque accidente. Solo recentemente, dopo decenni di viaggi, il mio approccio si è modificato, e ho iniziato ad apprezzare il minimalismo, convertendomi al freddo e razionale less is more: cioè, liberamente traducendo il motto dell’architetto Mies van der Rohe, “meno è meglio” o, se preferite “il massimo con il minimo sforzo”.

Ma i cambiamenti non avvengono quasi mai in maniera repentina, soprattutto se toccano le abitudini più profonde. Di questa trasformazione mi sono resa conto un giorno, poco prima di Natale, atterrando in mostruoso ritardo a Bangkok, con la certezza di perdere una coincidenza che mi avrebbe causato seri problemi nell’avvio del mio viaggio in Laos. Ed ecco che aver deciso di partire solo con un bagaglio a mano mi ha consentito di arrivare per miracolo a prendere il mio aereo, ultima passeggera ad imbarcarsi, dopo una corsa al cardiopalma per corridoi infiniti e un fiatone da infarto. Mission impossibile, se avessi dovuto recuperare un bagaglio eventualmente imbarcato… E così, da quel momento, qualunque vacanza, anche intercontinentale, mi vede sempre con una valigia a mano, almeno all’andata.

Il bagaglio ha delle valenze intime e profonde di cui, forse, non sempre siamo consapevoli e rappresenta i valori essenziali che ci portiamo dietro, il nostro “abito sociale” che vogliamo mostrare all’esterno. Quanto più abbiamo timore dell’ignoto che ci aspetta, tanto più diventa importante. Ricordate la famosa coperta di Linus?

E così ho iniziato a riflettere sul mio incredibile cambiamento, accorgendomi di aver cercato in passato di replicare in viaggio gli stessi modelli comportamentali della mia vita quotidiana, basata sul cambio abiti giornaliero (se non addirittura doppio), secondo il principio che tutto ciò di cui avevo voglia o bisogno dovesse essere sempre a portata di mano. Di certo, un approccio molto più semplice che non quello minimalista: la scelta, la selezione, la rinuncia, mi fanno pensare sempre al filosofo danese Kierkegaard, che teorizzò il peso esistenziale della decisione per l’essere umano… Sì, lo so anch’io che non si riferiva all’abbigliamento né alle valigie, ma per me, almeno fino ad un certo punto, scegliere ha significato un po’ abbandonare a casa qualcosa di caro ed importante. Poi, stanca delle attese al nastro consegna bagagli, esasperata dal rischio continuo dello smarrimento dei miei beni, affaticata dal peso di questa mini-casa sempre con me, ad un certo punto mi si sono svelate nuove e semplici verità.

Ad esempio:

SE si viaggia in modo confortevole, basta approfittare dei servizi di lavanderia degli alberghi, spesso ottimi anche nei paesi più lontani.

SE ci si trova invece in situazioni più spartane ed avventurose, si può lavare il proprio abbigliamento e rimetterselo non stirato l’indomani. Il massimo della comodità (per assurdo) lo si raggiunge nei trekking nel deserto, dove per definizione l’acqua è un bene scarso e il peso del bagaglio va calibrato con molta attenzione poiché il sacco a pelo e altre attrezzature sono irrinunciabili: così si può fare a meno della doccia e cambio giornaliero, confidando che anche gli altri compagni di viaggio faranno lo stesso, e che quindi nessuno si allontanerà da te per via dell’odore “vissuto” del tuo abbigliamento!

SE il viaggio rappresenta uno stacco dalla quotidianità, da ritmi incalzanti, da ambienti e lavori sovra-strutturati, allora è quasi obbligatorio spogliarsi del nostro abito europeo normale, e indossare (anche fisicamente) un abito diverso. Il mio preferito in assoluto è un salwar kameez maschile, in cotone bianco, comprato in India dieci anni fa e che mi ha sempre trasmesso un grande senso di libertà di movimento. Muoversi con un paio di pantaloni larghi tipo pigiama e una tunica, l’abito più semplice che si possa immaginare, è il massimo dell’agio possibile: less is more, appunto.

In definitiva, man mano che crescevo d’età e d’esperienza, i miei set di viaggio hanno subito un processo di miniaturizzazione: dall’accoppiata Samsonite rigida/valigetta 48 ore come bagaglio a mano, sono passata al trolley semi-rigido, scendendo sempre più di dimensioni fino ad usare un trolley piccolissimo (cm 50x39x20 – peso: 2,9 Kg). Infine, a questa mini-valigia, ho associato una borsa a tracolla capiente, rinunciando alla classica borsetta da passeggio.

Nel frattempo, nell’ultimo decennio, la minaccia del terrorismo e la spasmodica ricerca della sicurezza in volo (quasi utopistica) hanno creato una complessa lista di regole che limitano la libertà dei viaggiatori, obbligandoli ad una speciale rito di preparazione del bagaglio. Preparazione che diventa quasi specialistica se si vuol passare indenni dagli aeroporti più difficili e antipatici (in Europa il primato indiscusso va a Bruxelles e Parigi).

Le regole imposte da questo stato di indagine permanente e inquisitoria sono rigidissime: no forbicine per le unghie; no scarpe che fanno suonare il metal-detector né stivali, pena subire un sommario spogliarello in pubblico, poiché è garantito che ve li fanno levare; no ciondoli metallici di forma strana, salvo dover spiegare che il pendente rotondo Anni 70 con rilievi geometrici non è un congegno esplosivo pronto ad esplodere in volo. E, in assoluto, totale attenzione ai titoli dei libri che si portano con sé: ad esempio, a Tel Aviv se avete con voi un libro di Amos Oz (o altri autori considerati pacifisti), e nel contempo rifiutate il visto di Israele sul passaporto (per continuare a viaggiare nel resto del Medio-Oriente), il mix diventa micidiale. Ovvero: apertura e vivisezione del vostro bagaglio assicurata, con scansione anti-esplosivo del vostro libro irriverente. In quei casi apprezzo ancor di più la scelta di essermi convertita al less is more!

Concludendo, ecco il mio distillato di esperienza pratica e filosofica dopo mezza vita in viaggio:

  • la dimensione del bagaglio non è funzione diretta della distanza né della durata del viaggio, ma piuttosto del senso di sicurezza ed esperienza del viaggiatore;
  • preparare un bagaglio funzionale richiede un’organizzazione ferrea e doti di creatività: più o meno lo stesso sforzo che ci vuole per arredare bene un monolocale rispetto ad un grande appartamento;
  • il metodo  di “impacchettamento” ha importanza basilare: poi preparare il  bagaglio diventa un gioco da ragazzi, indipendentemente dalle finalità del viaggio, che si tratti di business, romance, fuga meditativa, kermesse sportiva, etc. In altre parole, una buona attrezzatura di base (contenitori porta oggetti, sacche porta vestiti, lucchetti, set di creme e liquidi da toeletta in formato mignon, etc.) è fondamentale per non perdere inutilmente tempo nella preparazione della nostra borsa, cosa che distoglie l’attenzione da altre cose più importanti;
  • il bagaglio non si imbarca mai, salvo situazioni davvero indispensabili: nel qual caso, tenere sempre un ricambio completo nella borsa da cabina, insieme con gli oggetti essenziali per evitare che lo smarrimento della valigia imbarcata ci rovini i primi giorni di viaggio;
  • l’essenzialità del bagaglio è divertente e obbligatoria all’andata, ma la si può del tutto ignorare al ritorno, quando possiamo estrarre finalmente il coniglio dal cappello, tirando fuori la borsa pieghevole tenuta fino a quel momento nascosta, mettere dentro tutti i nostri acquisti e imbarcarla per la destinazione finale: casa. E a quel punto, se la riconsegna della borsa fosse ritardata, non è più un problema!

E in tutto ciò, una sorta di nemesi storica mi colpisce direttamente: tanto che, a distanza di decenni da quando mia madre insisteva per farmi ridurre il bagaglio, oggi tocca proprio a me, ricordare agli occasionali compagni di viaggio il ritornello di mia madre: “meno porti, più compri.

Luisa Piazza

 

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