Dalla schiscetta al bento box

Bagaglio di banane (Guinea, Africa Occidentale). Foto Zanzottera
Un bagaglio di banane (Guinea, Africa Occidentale). Foto Bruno Zanzottera/Parallelo Zero

Che si vada in Amazzonia o a fare una scampagnata in collina non fa differenza: portarsi dietro da mangiare è da sempre un’esigenza primaria del viaggiatore, qualunque sia la meta, vicina o lontana. Fatto che implica la necessità di un contenitore adatto allo scopo, il più compatto e funzionale possibile. Ciò vale anche per i brevi spostamenti, ad esempio se ci si assenta da casa per andare a scuola o al lavoro.

A proposito: ricordate il famoso baracchino, o schiscetta che dir si voglia? E il cestino che la mamma vi preparava per andare all’asilo?
Bene, sono i fratelli poveri di una grande famiglia: i bagagli studiati appositamente per il trasporto del cibo e degli attrezzi per consumarlo. Faccenda che in passato era presa molto sul serio, almeno nell’ambiente aristocratico. Basta dare un’occhiata al set da colazione che Luigi XV, Re di Francia, regalò nel 1729 alla moglie Maria Leczinska: un tripudio di porcellane di Meissen, posate finemente cesellate, teiere e cioccolatiere in argento dal manico in ebano. Oggettini indubbiamente graziosi, cui è facile affezionarsi.

E poi il cioccolato, a quei tempi di gran moda, induce una certa assuefazione.
Maria Antonietta pare non potesse farne a meno, anche nei momenti più inopportuni.
Fu infatti proprio il suo imponente necessaire da viaggio, in cui figurava tutto l’occorrente per preparare l’esotica bevanda, a smascherare la sua fuga da Parigi nel 1791.
Se si fosse accontentata di un bagaglio meno voluminoso chissà, forse non sarebbe finita sulla ghigliottina.

Certo le alternative non mancavano: diffusissime già allora erano le mense portatili, che comprendevano coltello, forchetta e cucchiaio pieghevoli, un cavatappi e l’immancabile scatoletta per le spezie, condiderate indispensabili per aromatizzare il vino e i cibi non sempre freschi. Una minuscola grattugia per la noce moscata completava l’attrezzatura da campo del vero gentiluomo, pronto ad aggredire con stile qualunque sostanza commestibile incontrasse sulla propria strada.

Coloro che lasciavano l’Europa per esplorare terre ignote se la passavano un po’ meno bene: le attrezzature erano più spartane, mentre le scorte di viveri viaggiavano in casse di rame o ferro zincato, a prova di insetti e umidità. Si trattava per lo più di alimenti poco appetibili, come il famigerato pemmicam, una mistura di carne secca e grasso fuso. Praticamente, una schifezza. Ciò non voleva dire però rinunciare del tutto all’eleganza: piatti in ceramica, bicchieri in vetro, posaterie d’argento e assortite batterie da cucina erano parte integrante dell’equipaggiamento del viaggiatore ottocentesco.

Nel frattempo, nei paesi civilizzati, ci si dava da fare coi cesti da picnic: prima vere e proprie valigie in cuoio, poi in vimini. Al loro interno, diviso in scomparti, c’era di tutto: fornellino, porta-toast, bottiglie con tappo a vite, teiere quadrate con tazze a scomparsa, bicchieri impilabili e contenitori di ogni tipo e forma. In cristallo e metalli pregiati prima, quindi in bachelite e alluminio, infine in banale plastica.

Fine della storia? Addio raffinatezza? Macché. A dimostrare che il trasporto del cibo ha ancor oggi a che fare con l’estetica ci pensano i bento box giapponesi: scatole delle meraviglie contenenti riso, verdure, pesce e carne, tagliati nelle forme più bizzarre, a comporre un piccolo ed effimero capolavoro del take away. Ultima, squisita versione, dell’arte del mangiar fuori casa.