Dal poco al niente: il bagaglio del survivalista

Kenya, basto di fortuna in legno e fibre vegetali

Il Survival di valenza sportiva e sperimentale è una disciplina formativa che, come punto di forza primario, prevede l’autonomia, totale o quasi, in ogni genere di ambiente fisico e umano.

L’equipaggiamento, il bagaglio o “gli averi” previsti in questa pratica adattativa hanno soprattutto caratteristiche di essenzialità. L’obiettivo massimo raggiungibile è un bagaglio di solo know-how, per cui “niente” di pratico e tutto di conoscenza e pre-addestramento. L’obiettivo minimo è il “poco”, ragionato attraverso un progetto di autonomia relativa e costituito da elementi o strumenti in grado di supportare un’emergenza o una capacità già acquisita di eco-solving in situazioni ambientali limite. Se ciò che si conosce non è sufficiente a garantire la sicurezza, o un minimo di comfort indispensabile a ridurre lo stress da adattamento, occorre dotarsi di alcuni supporti chiave, compatti, multifunzionali e precollaudati.

Il Survival Kit

In quest’ultimo caso esistono strumenti e utensili speciali, in parte anche standard e reperibili in commercio, che vanno assemblati con una progettualità del tutto personale e sperimentati a priori nelle diverse possibilità di uso diretto, indiretto e associato.
Vale soprattutto il principio di exattamento, cioè riconversione anche impropria di alcune dotazioni per ottenere un risultato “altro”.

L’insieme degli elementi che formano un kit deve essere ridondante e compatto allo stesso tempo (non sono caratteristiche in contraddizione), quindi ricco di componenti “si sa mai” in esubero, non necessariamente tecnici e preferibilmente multiuso per non penalizzare il peso e l’ingombro. Devono presentare un buon compromesso tra efficacia ed efficienza, essere magari un po’ impegnativi da maneggiare ma tutto sommato risolventi, come il classico coltellino svizzero.

Il resto è tutto affidato a un buon addestramento al disagio per sviluppare capacità di adattamento e una certa attitudine mentale al problem solving, cioè improvvisazione creativa del singolo o del gruppo, che si può sempre affinare. La prima massima del Survival recita infatti: “Adattati, improvvisa, raggiungi lo scopo”.
Ogni equipaggiamento pletorico denota carenza di preparazione in questo settore. Più il bagaglio è voluminoso, pesante e ingombrante, più il survivalista dimostra di essere carente di saperi e know- how, oppure poco sicuro di sé, il che è forse peggio.

Il bagaglio essenziale

Dovrebbe essere concepito almeno sulla base delle esigenze di stivaggio e peso imposto dalle compagnie aeree per il bagaglio a mano:
8 kg in 20 litri e 115 cm totali di ingombro, per es. 55x35x25 cm,
ed essere pianificato sulla base di pochi principi fondamentali a cui non solo un survivalista ma anche un semplice escursionista o un buon viaggiatore dovrebbe ispirarsi.

Tali principi possono essere memorizzati in sequenza con un facile acrostico:

principi C.A.C.T.U.S.
Corpo-Calore
Ambiente-Adattamento
Conoscenza-Comunicazione
Trasportabilità-Trasferibilità
Usabilità-Universalità
Semplicità-Singolarità.

Analizziamo ora queste sei doppie esigenze sine qua non per poi tradurle in quantità commensurabili di peso e volume.

C – Il CORPO ha esigenze diverse per ogni individuo (necessità igieniche, farmaci personali, occhiali, sigarette, ecc.), ma nel Survival si devono ridurre a due: la conservazione del CALORE corporeo (un solo ricambio di abiti mirati o una coperta termica in alluminio) e il primo soccorso (un sotto-kit di bende, disinfettanti, farmaci d’emergenza, ecc.).
Tutto il resto è sempre reperibile in loco, il cibo in particolare. Per contenere e trasportare oltre un litro di acqua non serve una borraccia, basta una bottiglia in PET schiacciata da riciclare o un preservativo protetto da un calzino (exattamento!). Il totale di queste dotazioni può essere di 500 gr con il volume di un litro.

A – L’AMBIENTE e l’ADATTAMENTO a esso comporta quasi sempre la maggiore percentuale di peso e volume in un bagaglio. Nelle fasce subtropicali può ridursi a zero o a una piccola zanzariera, nell’artico può essere tantissimo, considerando il punto precedente. In ogni caso la dotazione specifica deve essere sempre reperita e scelta sul posto osservando chi ci vive. Tenuto conto degli abiti già indossati e del fatto che ogni utensile utile non sarebbe permesso in cabina (per es. il coltello), il tutto può prevedere al massimo una mini lampada frontale a led (120 ore di autonomia), un capo tecnico di vestiario e/o un elemento tattico (per es. una mantella impermeabile e una mini-amaca), per un totale di 2 kg in 3 litri di volume.

C – La CONOSCENZA dei luoghi e delle culture umane, che di solito è specifica (la classica guida), può essere limitata a un manuale tascabile di Survival. La COMUNICAZIONE oggi si risolve con un cellulare. Un iPhone può bastare per entrambe. E’ più sicura però, anche in questo caso, la capacità di comunicazione con i locali (conoscenza della lingua) e l’apprendimento in loco. Peso massimo ipotizzabile 500 gr in mezzo litro di volume

T – La TRASPORTABILITA’ è una cosa, la TRASFERIBILITA’ un’altra. Lo sanno bene i giovani viaggiatori che vedono impigliarsi e rompersi ovunque le cinghie e gli spallacci dei loro zaini da escursione (fatali sono spesso i nastri trasportatori degli aeroporti e le bagagliere dei bus). Un buon bagaglio deve essere semirigido, impermeabile e senza asperità. Alcuni trolley tecnici in commercio sono già concepiti così, spallacci a scomparsa inclusi, ma un survivalista dovrebbe preferire una borsa o una sacca da marina in PVC telato, più versatile, con spallacci smontabili e senza delicate tasche esterne o cerniere sporgenti. Un contenitore ideale può pesare in media 1 kg.

UUSABILITA’ e UNIVERSALITA’ sono criteri spesso trascurati ma importanti, che non si riflettono sul peso e dipendono invece dal “progetto”.
L’esempio più banale è l’adattatore universale per le prese di corrente se si usano apparecchi elettrici, ma per il survival è più importante pensare a uno stivaggio ragionato delle dotazioni. Occorrono dunque vari sub-contenitori (anche solo dei sacchetti di plastica robusta e trasparente) ognuno dedicato alle tipologie già descritte e facilmente “riconoscibili-accessibili-estraibili” dal contenitore generale. Non si deve essere obbligati a smontare tutto il bagaglio ogni volta che occorre qualcosa, o a temporeggiare troppo per capire “dove” è finito un elemento o se non c’è proprio (succede così nelle borsette da donna, scelte per motivi estetici e mai pratici). E’ utile dunque una mappa mentale o scritta dei propri averi e della loro locazione, altrimenti l’usabilità può essere difficile. Riguardo poi all’universalità non basta solo affidarsi al danaro e al passaporto in regola, ma conviene pensare anche a elementi di scambio opportunamente adatti sul territorio (per es. ami da pesca o medicinali) e documentarsi sui comportamenti antropologicamente condivisi da tutti nel mondo (nessuna arroganza o gesti equivocabili, stare sempre in piedi e sorridere, ecc.). Anche qui il manuale di Survival può essere utile, ma è meglio non trascurare l’importanza universale di qualche pezzo d’oro, che è sempre proporzionato ai valori di acquisto, non dipende dai cambi di valuta ed è facilmente occultabile. Peso max 500 gr e ingombro trascurabile.

S – La SEMPLICITA’ è un obbligo. Già il bagaglio è una cosa complessa; non rendiamola complicata. La regola è ancora la stessa: pochi elementi semplici, multiuso, efficaci più che efficienti, robusti e rapidamente impiegabili. Quanto alla SINGOLARITA’, cioè alla personalizzazione del semplice, basta introdurre nelle dotazioni un solo elemento “jolly” a piacere (un’armonica a bocca, un mazzo di carte, un capo elegante, una fotocamera digitale, un GPS, un computer tascabile). Non deve essere necessariamente congruo e pratico, ma solo in grado di arricchire le risorse individuali e di gruppo nella cooperazione o nella seduzione. Se non siamo soli tante singolarità costituiscono un patrimonio flessibile e adattabile a circostanze anomale: mentre uno intrattiene e distrae, un altro calcola, o documenta, o tira fuori un imprevedibile coniglio dal cappello che può salvare la situazione. Valutiamo questo optional in 500 grammi e in mezzo litro.

La letteratura survivalistica può fornire tutte le indicazioni per un kit-bagaglio ideale e in grado di garantire una sufficiente autonomia a chiunque. Di solito propone elementi A (indispensabili), B (utili) e C (di lusso relativo ma importanti).

Se facciamo la somma dei pesi e dei volumi indicati sopra nel bagaglio CACTUS arriviamo a una media di 5 chili e 5 litri, cioè a un ingombro che può essere stivato in una 48 ore o in una piccola sacca da ginnastica o proprio nella borsa a tracolla di Indiana Jones.

Come mai però vediamo sempre gente oberata da salmerie misteriose litigare per contestati esuberi di peso ai check-in degli aeroporti?
Perché gli umani in realtà non viaggiano; si trasferiscono solo altrove con tutte le loro fantasie, abitudini e insicurezze.

Immagine di copertina e fotogallery Courtesy I.S.A.

Enzo Maulucci. Ex-professore di Lettere, ex-cantautore e musicista (senza ex), oggi Docente di Sport Outdoor e Avventura alla Scuola Universitaria in Scienze Motorie di Torino, è considerato il “padre” del Survival con fini scientifici in Italia. Ha fondato e presiede dal 1986 la FISSS (Federazione Italiana Survival). Al suo attivo le prime gare di sopravvivenza nazionali, mostre, sperimentazioni sul campo ed exhibit dedicati all’argomento. Giornalista free-lance e scrittore, ha viaggiato nelle Americhe, in Polinesia e Africa.

 
 
 
 
 
 
Letture consigliate
E. Maolucci, A. Salza, M. Dalla Palma. SURVIVING . Istruzioni di sopravvivenza individuale e di gruppo. Hoepli Editore, Milano, 2010.
E. Maolucci. A. Salza, M. Dalla Palma, OUTDOOR. Pensare agire sopravvivere. Hoepli Editore, Milano, 2010.
 
 

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